
È una limpida mattina d’inizio febbraio. Il freddo è pungente, di quelli che ignorano la carne e vanno dritti alle ossa. Camminiamo spediti, seguendo Francesco che ci accompagna al Palazzo dei Consoli. Mentre procediamo rapiti dalla bellezza che ci circonda, Francesco ci parla di Gubbio e degli eugubini. Il suo racconto è schietto e appassionato, s’interrompe soltanto quando incrociamo qualche passante, che Francesco saluta per nome e a volte invita a fermarsi a parlare con noi.

È allora che cominciamo a scorgere l’anima di Gubbio, la sua vera bellezza, che trascende quella, più palese, del suo centro storico perfettamente conservato. Una bellezza impalpabile ma concreta, un sentimento comunitario e di profondo attaccamento alla città che emerge forte e contagioso dalle parole degli eugubini.
Passione per Gubbio e le sue tradizioni. Su tutte, l’amatissima Festa dei Ceri, celebrata ogni anno il 15 maggio, in onore del Patrono Sant’Ubaldo. Festa la cui origine si perde nei secoli in un misterioso connubio tra sacro e profano, per gli eugubini è senza dubbio l’evento più importante e sentito dell’anno. È un momento di aggregazione, in cui Gubbio celebra se stessa e le sue radici. Lungi dal dividere la comunità in tre fazioni rivali, l’amore per i tre Ceri e per la Festa è il collante che permea e tiene insieme l’intero tessuto sociale. «In fondo, è quella la cosa più bella» – ci confida Gabriele, ceraiolo della Famiglia dei Santantoniari – «tre camicie diverse, ma in realtà è una camicia sola».
Quella dei Ceri non è tuttavia la sola tradizione mantenuta in vita dagli eugubini. Forse anche grazie alla sua posizione isolata, infatti, a Gubbio sopravvivono molte delle tradizioni e delle arti del passato.
Prendi Luigi, Tonino ed Ignazio, tre ragazzi con l’argento nei capelli e l’amore per il ferro battuto impresso nelle mani ruvide ed esperte. Lasciamo la loro bottega accompagnati dall’eco del martello che batte sull’incudine, con una vaga malinconia per quell’arte e quella conoscenza così fragili di fronte all’incalzare del progresso.

Prendi Giuseppe e la sua famiglia, i Minelli. Restauratori da tre generazioni, da loro l’arte del restauro “si annusa in casa” e prende forma – forse la sua forma più alta – nel sorprendente studiolo di Federico da Montefeltro a Palazzo Ducale. In quella piccola stanza, mentre incredulo con la mano sfiori le pareti intarsiate, non puoi fare altro che stare in silenzio, e meravigliarti del genio dell’uomo.
#intimaumbria Lo Studiolo di Gubbio di Federico da Montefeltro from Marius Mele on Vimeo.
Prendi la giovane Kim, eugubina d’adozione, che vita e amore hanno portato qui a Gubbio dall’Olanda e che proprio in questi giorni festeggia il primo anniversario della sua (adorabile) bottega, Volta la Carta, in cui realizza e vende splendidi oggetti artigianali in pelle lavorata.

Una passione che scavalca le mura di Gubbio e che ritroviamo anche a Gualdo Tadino e a Città di Castello.
La sentiamo vibrare nella voce della signora Fiorella, colonna portante della bottega Vecchia Gualdo, mentre ci spiega il lento e complesso processo di cottura “a muffola”, che aggiunge alla ceramica unici e scintillanti riflessi color oro e rubino.
La respiriamo insieme al profumo d’inchiostro nell’ampia sala della Tipografia Grifani – Donati a Città di Castello, dove ancora oggi il signor Ottaviani continua con orgoglio la pluricentenaria tradizione di famiglia, utilizzando le stesse tecniche e macchinari d’epoca adoperati dai suoi antenati.

La ritroviamo anche lontano dalle città, nell’isolato agriturismo a conduzione familiare, dove ancora si cuoce la crescia nel caminetto ed il profumo di tartufo accompagna e arricchisce una cucina semplice e figlia della terra.
Arti e storie diverse, ma in fondo un’unica passione che – per quanto forse non amino ammetterlo – accomuna eugubini, gualdesi, tifernati e gli umbri tutti.
Camicie diverse, ma in realtà una camicia sola.



